Mostra di Henri Cartier Bresson

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Dall’ 8 marzo al 17 giugno 2018, presso la mole Vanvitelliana in Ancona, c’è la mostra del grande maestro Henri Cartier Bresson.

Per maggiori info visitare il sito della mostra.

Un appuntamento da non perdere per tutti gli amanti della fotografia.

140 fotografie che ripercorrono la carriera del celebre fotografo francese.

Henri-Cartier-Bresson

 

Di famiglia benestante mostra da subito interesse verso il disegno e la pittura grazie anche allo zio Louis, un noto pittore dell’epoca.

L’amore per la fotografia sorge in seguito alla visione di una foto del fotografo ungherese Martin Munkacsi.

HCB: “è stata quella foto a dar fuoco alle polveri, a farmi venir voglia di guardare la realtà attraverso l’obiettivo“.

Numerose sono le frasi, che spesso vengono citate, di Bresson in tema didattico.

Il suo libro più noto “The decisive moment” viene definito da Robert Capa “la bibbia dei fotografi“.

Ecco alcune frasi tratte da questo testo e da alcune interviste che sintetizzano bene il pensiero dell’artista:

Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.

„Si parla sempre troppo. Si usano troppe parole per non dire niente. La matita e la Leica sono silenziose.“

“La fotografia non è come la pittura. Vi è una frazione creativa di un secondo quando si scatta una foto. Il tuo occhio deve vedere una composizione o un’espressione che la vita stessa propone, e si deve saper intuire immediatamente quando premi il clic della fotocamera. Quello è il momento in cui il fotografo è creativo. Oop! Il momento! Una volta che te ne accorgi, è andato via per sempre.

“Quando mi interrogano sul ruolo del fotografo ai nostri tempi, sul potere dell’immagine, ecc. non mi va di lanciarmi in spiegazioni, so soltanto che le persone capaci di vedere sono rare quanto quelle capaci di ascoltare.”

“Proprio perché il nostro mestiere è aperto a tutti resta, nella sua allettante semplicità, molto difficile.”

“Per me la fotografia di reportage ha bisogno di un occhio, un dito, due gambe.”

“Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso un solo momento.”

 

 

 

 

Gisèle Freund

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Il mio ultimo acquisto, “Il mondo e il mio obiettivo” della fotografa Gisèle Freund.

Una lettura molto piacevole; la fotografa tedesca si racconta mostrandoci il panorama degli avvenimenti accaduti tra gli anni 40 e gli anni 80 circa.

Può essere considerata una pioniera del fotogiornalismo ed anche della fotografia a colori.

Come è mio solito fare voglio riportare il pensiero diretto dell’autrice su alcuni argomenti e concetti che più mi interessano.

Per la biografia vi rimando ad altre pagine tra cui Wikipedia, purtroppo presente solo in lingua inglese.

Gisèle-Freund

Gisèle Freund nelle prime pagine del libro fa un’analisi sul mondo della fotografia che da professione “per pochi” è diventata mezzo di espressione “per tutti”.

“Agli inizi della fotografia le difficoltà tecniche limitavano considerevolmente il numero dei professionisti. A quell’epoca la fotografia era circondata di mistero, con l’aura di una creazione artistica. In seguito, fu possibile a chiunque fare fotografie. Con la comparsa di apparecchi di piccolo formato, portatili ed a buon prezzo, i dilettanti cominciarono a diventare legioni. La macchina fotografica, come il bastone da passeggio, diventò la compagna indispensabile di ogni gita domenicale. Parallelamente a questa evoluzione tecnica, se ne verificò un’altra in campo artistico. I dilettanti diventarono temibili concorrenti per i professionisti, soprattutto in materia di ritratti……..I migliori ritratti dei primi decenni del novecento sono opera di dilettanti.”

Gisèle Freund fu una della prime fotografe ad utilizzare la pellicola a colori:

“Fu nel 1938 che scoprii la pellicola a colori. Era in commercio solo da poco tempo. La Kodak in America e l’ Agfa in Germania producevano una pellicola per piccolo formato che potevo usare con la mia Leica. Oggi milioni di dilettanti fanno foto a colori, ma allora questo procedimento era quasi sconosciuto. Gli stessi professionisti non lo utilizzavano perché, salvo rarissime eccezioni, giornali e riviste non possedevano, almeno in Francia, le attrezzature necessarie per la stampa a colori.”

Un’altro passo del libro molto interessante che ci offre spunto per una riflessione sul “valore” dell’opera fotografica ed artistica in generale è questo (parlando dell’incontro con l’artista messicano Diego Rivera):

“Un giorno gli feci visita nel suo studio a San Angel, alla periferia di Città del Messico. Aveva appena incominciato una tela che rappresentava una giovane donna.

GF: E’ splendida – gli dico quando mi dice che è finita.

GF: Vorrei comprarla.

DR: D’accordo, 10.000 pesos.

Rimango sbalordita.

GF: Come può chiedermi una cifra simile! L’ha realizzata in poco più di un’ora!

DR: Per poterla fare in un’ora mi ci sono voluti più di sessant’anni – mi risponde.”

 

 

 

“Il pazzo” incontrato a Praga…

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Il titolo del post cita le parole del fotografo Ian Berry, l’unico fotografo straniero che riuscì ad entrare a Praga lo stesso giorno dei russi, quando iniziò la “primavera di Praga” nel 1968.

Riporto qui di seguito le parole dello stesso Berry tratte dal libro “Magnum” di Russel Miller:

I primissimi giorni mi sembrava di essere l’unico fotografo straniero nei paraggi e fotografavo di corsa, con un paio di Leica sotto il cappotto. Bisognava muoversi piuttosto in fretta perché se i russi ti vedevano scattare potevano anche spararti per intimidirti e darti la caccia finché non riuscivano a prenderti le macchine fotografiche. Tuttavia, se potevano, i cechi bloccavano la strada per aiutarti. 

L’unico fotografo che vidi oltre a me era un autentico pazzo, con due macchine antiquate intorno al collo ed una scatola di cartone sulle spalle: si avvicinava ai russi, si arrampicava sui loro carri armati e li fotografava alla luce del sole. La folla lo aiutava, si serrava attorno a lui circondandolo ogni volta che i russi cercavano di prendergli il rullino. Ebbi la sensazione che quel tizio fosse l’uomo più coraggioso in circolazione, oppure il più folle.”

Il pazzo incontrato da Berry era Josef Koudelka.

La cosa curiosa è che le foto che Koudelka scattò in quei drammatici giorni erano state fatte non con l’intenzione di essere divulgate ma semplicemente per se stesso. Fu una sua amica che inseguito mostrò le sue immagini al mondo.

koudelka-praga-2CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Warsaw Pact tanks invade Prague.

Uno dei primi a visionare le straordinarie foto fatte da Koudelka fu Elliot Erwitt.