“Il pazzo” incontrato a Praga…

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Il titolo del post cita le parole del fotografo Ian Berry, l’unico fotografo straniero che riuscì ad entrare a Praga lo stesso giorno dei russi, quando iniziò la “primavera di Praga” nel 1968.

Riporto qui di seguito le parole dello stesso Berry tratte dal libro “Magnum” di Russel Miller:

I primissimi giorni mi sembrava di essere l’unico fotografo straniero nei paraggi e fotografavo di corsa, con un paio di Leica sotto il cappotto. Bisognava muoversi piuttosto in fretta perché se i russi ti vedevano scattare potevano anche spararti per intimidirti e darti la caccia finché non riuscivano a prenderti le macchine fotografiche. Tuttavia, se potevano, i cechi bloccavano la strada per aiutarti. 

L’unico fotografo che vidi oltre a me era un autentico pazzo, con due macchine antiquate intorno al collo ed una scatola di cartone sulle spalle: si avvicinava ai russi, si arrampicava sui loro carri armati e li fotografava alla luce del sole. La folla lo aiutava, si serrava attorno a lui circondandolo ogni volta che i russi cercavano di prendergli il rullino. Ebbi la sensazione che quel tizio fosse l’uomo più coraggioso in circolazione, oppure il più folle.”

Il pazzo incontrato da Berry era Josef Koudelka.

La cosa curiosa è che le foto che Koudelka scattò in quei drammatici giorni erano state fatte non con l’intenzione di essere divulgate ma semplicemente per se stesso. Fu una sua amica che inseguito mostrò le sue immagini al mondo.

koudelka-praga-2CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Warsaw Pact tanks invade Prague.

Uno dei primi a visionare le straordinarie foto fatte da Koudelka fu Elliot Erwitt.

 

Elliot Erwitt

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In questo post vi riporto fedelmente alcuni estratti da un’intervista fatta al maestro Erwitt in cui ci parla di alcune sue fotografie.

Interessante da leggere per capire le dinamiche che si celano dietro alcuni famosi scatti.

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“Lavoravo per la Westinghouse, dovevo fotografare dei frigoriferi, niente di più lontano da un confronto tra Est ed Ovest. Mentre ero a Mosca a fotografare frigoriferi  della Westinghouse a Gorky park è arrivato l’allora vice presidente Nixon in visita di stato e così mi sono accodato agli addetti stampa, ed ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto e di poter scattare una fotografia che poi è diventata famosissima. Un pò per i due soggetti, un pò per la guerra fredda, un pò per l’arroganza di Nixon e quella di Kruscev. C’erano tutti gli ingredienti giusti per la riuscita di quella fotografia, la fortuna è estremamente importante, è uno dei fattori più importanti.”

…..”In pubblico non si discutono gli affari di Stato, in pubblico, con i fotografi e tanta gente intorno, ci si mette in mostra. E’ il lavoro di tutti i politici, mettersi in mostra. Delle cose serie invece, generalmente, se ne parla a porte chiuse. Kruscev e Nixon si stavano semplicemente atteggiando davanti a chi era lì a guardare…. Per Nixon in particolare, che era molto ansioso di promuovere se stesso come colui che teneva a bada i russi, era molto importante farsi vedere risoluto. Per questo la foto di lui che punta il dito sul torace di Kruscev gli è stata molto utile specie durante la sua campagna presidenziale, che poi però ha perso.”

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“Quando il presidente Kennedy fu assassinato mi sono precipitato subito a Washington per coprire il funerale al meglio. Delle esequie ufficiali faceva parte anche la sepoltura al cimitero, in Virginia. Io ero in un’ottima posizione, vicino alla tomba, avevo un teleobiettivo ed ho scattato una foto piuttosto toccante della vedova e del fratello. La circostanza era così commovente che qualunque sua rappresentazione sarebbe stata già toccante, ma in questo caso specifico c’era un elemento nella fotografia che a volte sfugge eppure c’è: una lacrima incagliata sul velo della vedova, e questo secondo me fa della foto una cosa a se stante rispetto alle altre.”

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“Ho avuto la fortuna di trovarmi in Unione Sovietica nel 1957 durante l’anniversario della cosiddetta rivoluzione di ottobre; in quell’occasione sono stati mostrati per la prima volta i missili intercontinentali, io sono riuscito a fotografarli sulla piazza rossa e quelle foto sono diventate uno scoop mondiale; mi sono subito reso conto della loro importanza e così ho sviluppato immediatamente  le foto in albergo, nella mia camera, perchè sapevo che in alcuni casi c’era il rischio che la pellicola si rovinasse se fosse passata al controllo bagagli. Ho chiamato subito per far sapere che avevo questa esclusiva, le mie erano le prime foto dei missili intercontinentali, era uno scoop; le foto hanno fatto il giro del mondo ed io sono diventato un eroe per un giorno, ma niente di più.”.

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“Questa fotografia di Marilyn non è legata a nessun aneddoto in particolare; è stata scattata durante una seduta che abbiamo fatto mentre lei stava girando uno dei suoi film a New York; ero impegnato in un film nel cui cast c’era anche lei, si intitolava “Gli spostati”. In precedenza avevo lavorato in film nei quali c’era anche lei ed avevamo già fatto qualche sessione privata; era molto gentile con me, era una donna estremamente intelligente ed andavamo d’accordo. Avevamo fatto diverse sedute e la cosa straordinaria di Marilyn è che era praticamente impossibile farle una foto brutta. Direi che questa sua foto sia molto bella, ma non si era messa in posa, era rilassata e ci stavamo facendo due chiacchere; secondo me questo è il modo migliore per fotografare la gente, senza troppi fronzoli.”

 

Fonte: Contact, i fotografi Magnum.

Ernesto Fantozzi

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In una recente lettura mi sono imbattuto in un fotografo che non conoscevo ma che ho avuto modo di apprezzare per il suo modo di approcciarsi alla fotografia.

Ernesto Fantozzi, classe 1931, milanese, è tra i fondatori del “Gruppo 66” una sorta di circolo fotografico che riuniva appassionati non professionisti con lo scopo di documentare la quotidianità della vita milanese.

Ciò che colpisce in particolare è il preciso intento con il quale queste persone decidono di praticare la fotografia.

La fotografia deve essere fondata sul reale, deve avere una valenza documentaristica per cui si tendono ad evitare tentativi di palese soggettivazione dell’immagine fotografica.

Bisogna mostrare all’osservatore un’immagine il quanto più possibile neutra e fedele alla realtà ritratta.

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La sua opera costituisce un patrimonio interessantissimo che ci mostra la vita quotidiana e le trasformazioni a cui andava soggetta la città di Milano in quegli anni che hanno portato profondi cambiamenti nella società e nella geografia dei luoghi.

Il quotidiano, la strada, i cittadini sono i protagonisti.

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L’autenticità sembra essere la qualità essenziale nella fotografia.

Osservando le sue immagini mi è venuto spontaneo un pensiero sul connubio esteticità-realtà.

Praticare una fotografia “di reportage” mantenendosi fedeli ed oggettivi senza cadere nella tentazione di rendere quella particolare scena “nostra”,  trasfigurandola, magari con una scelta tecnica od un’inquadratura che possa alterarne il messaggio è un compito molto difficile.

Un’abilità che a mio avviso Fantozzi esercita egregiamente.

La foto della famiglia riunita in salotto che guarda la televisione la trovo meravigliosa.

La luce, i neri, i volti che ci stimolano ad un approfondimento della personalità delle persone ritratte.

Nel 2002 è stato eletto autore dell’anno dalla FIAF ( Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche).

 

 

 

 

Il mondo di Steve McCurry

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libro_mccurry“Il mondo di Steve McCurry” è un libro scritto dal giornalista Gianni Riotta che ci fa conoscere la vita ed il lavoro del celebre fotoreporter americano.

E’ una sorta di dialogo-intervista nella quale ho sottolineato molte frasi che ritengo significative per chi ama la fotografia.

McCurry  ci racconta i luoghi, le persone e le atmosfere dei numerosi paesi nei quali si è trovato ad operare in qualità di inviato, soprattutto di guerra.

Ho trovato molto interessante il modo di vedere la fotografia e l’approccio che McCurry ha nei confronti di questa attività.

All’inizio del libro Steve parla di cinema e ne esce un confronto con la fotografia:

“Il cinema è uno show, corale, la fotografia invece……La fotografia è in fondo affidata al singolo fotografo, prendi su e parti, decidi cosa e quando inquadrare, sei solo con te stesso, la tua personalità, la macchina fotografica ed il soggetto da inquadrare, l’immagine da costruire. Perché la devi sempre costruire, dentro e fuori di te, non si tratta di tecnica, ma di attendere, di pazientare, di lasciarsi assorbire dalla scena per poi isolarne un frammento.”

Nella sua vita McCurry si è trovato spessissimo in situazioni molto pericolose e qui si inserisce una sua riflessione altrettanto importante, dice:

“Nessuna fotografia vale una vita. Non la mia, non quella dei miei assistenti, fixer, scout locali, traduttori, autisti. Non quella delle persone che fotografo. Mai. Non sono mai venuto meno a questo giudizio, che per me è un valore etico.”

Una delle domando più frequenti che gli vengono rivolte è quella su come si diventa un affermato fotografo:

“Come si lavora? Come si diventa un professionista? ……Il primo passo è entrare nel sistema, trovarsi un posto in campo, perché senza contatti, senza un aggancio è dura. Se si parte proprio da outsider non resta che farsi coraggio, gambe in spalla ed andarsene in giro da soli, scommettendo sul proprio talento e su un po’ di fortuna, per essere al posto giusto nel momento giusto…….. Tante volte da giovane e non ho viaggiato a mie spese. Questo è il consiglio che mi capita di dare: se vuoi andare vai, quando hai deciso di raccontare una storia parti, non attendere che qualcuno ti scelga altrimenti rischi di restare a casa ad aspettare per tutta la vita.”

E si parla ovviamente anche di luce:

“A New York la luce è bellissima e mi tenta sempre. I miei occhi sono molto sensibili, non amo scattare en plein air, con il sole troppo diretto e brillante. La luce è così anche a Los Angeles e a volte mi ha messo in difficoltà…… Il tempo migliore per il mio lavoro è dunque nel tardo pomeriggio in ogni stagione e di mattina presto, quando il sole ti permette di giocare meglio con le ombre, sfumando il soggetto. La luce naturale è meravigliosa, non la riproduci in nessun modo in studio, io privilegio il cielo annuvolato, grigio, che promette pioggia, luce scura, di cattivo umore se vuoi.”

Fotografia come momento creativo:

“Devi sempre pre-vedere la foto, vedere cioè un fotogramma prima della realtà, come tua composizione che si crea lentamente. Tanti credono che la foto sia prefissata – arrivi, vedi e scatti – ma trascurano il momento magnifico della creazione, quando speri che lo scatto possa arrivare, basta un nonnulla – il vento che cambia, un’auto che passa, una nuvola in cielo – per mutare l’atmosfera. anticipare è la chiave – notare come gli oggetti, le persone, gli elementi della natura si stanno muovendo, e comporli nell’obiettivo – solo a questo punto potrai scattare”.

Da leggere.