“Il pazzo” incontrato a Praga…

fotografia, storia della fotografia

Il titolo del post cita le parole del fotografo Ian Berry, l’unico fotografo straniero che riuscì ad entrare a Praga lo stesso giorno dei russi, quando iniziò la “primavera di Praga” nel 1968.

Riporto qui di seguito le parole dello stesso Berry tratte dal libro “Magnum” di Russel Miller:

I primissimi giorni mi sembrava di essere l’unico fotografo straniero nei paraggi e fotografavo di corsa, con un paio di Leica sotto il cappotto. Bisognava muoversi piuttosto in fretta perché se i russi ti vedevano scattare potevano anche spararti per intimidirti e darti la caccia finché non riuscivano a prenderti le macchine fotografiche. Tuttavia, se potevano, i cechi bloccavano la strada per aiutarti. 

L’unico fotografo che vidi oltre a me era un autentico pazzo, con due macchine antiquate intorno al collo ed una scatola di cartone sulle spalle: si avvicinava ai russi, si arrampicava sui loro carri armati e li fotografava alla luce del sole. La folla lo aiutava, si serrava attorno a lui circondandolo ogni volta che i russi cercavano di prendergli il rullino. Ebbi la sensazione che quel tizio fosse l’uomo più coraggioso in circolazione, oppure il più folle.”

Il pazzo incontrato da Berry era Josef Koudelka.

La cosa curiosa è che le foto che Koudelka scattò in quei drammatici giorni erano state fatte non con l’intenzione di essere divulgate ma semplicemente per se stesso. Fu una sua amica che inseguito mostrò le sue immagini al mondo.

koudelka-praga-2CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Warsaw Pact tanks invade Prague.

Uno dei primi a visionare le straordinarie foto fatte da Koudelka fu Elliot Erwitt.

 

Mario Dondero, insegnamenti.

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Mario-Dondero-2In questi giorni ho approfondito la mia ricerca su Dondero, uno dei più grandi fotogiornalisti del nostro tempo, scomparso nel dicembre 2015.

Mi sono letto alcuni articoli ed ho ascoltato numerose interviste.

Dondero dice di essere stato mosso dalla sua profonda curiosità per le relazioni umane.

Scopre la fotografia la quale gli permette di essere in mezzo alle cose con più libertà e molta più umanità rispetto al giornalismo.

C’è una frase che egli pronuncia e  che ritengo essere una sorta di consiglio per chi si vuole avvicinarsi alla fotografia:

“Ho sempre pensato che fotografare la vita è come raccogliere l’oro per la strada, tu cammini e ti imbatti in situazioni che ti propone il caso, l’importante è avere i sensi allerta e captare le situazioni”.

Mario amava viaggiare e questa condizione era per lui fondamentale.

Ci riferisce la celebre frase del fotografo ceco, Josef Koudelka: “Viaggio per non diventare cieco”.

Il visitare sempre nuovi luoghi rappresenta un allenamento costante per le nostre capacità di osservazione.

Ma ritengo che non è sempre necessario doversi spostare in chissà quali luoghi lontani e sperduti.

Si può “viaggiare” anche sotto casa, nel nostro quartiere, nella nostra città.

Ciò che occorre fare è allertare i nostri sensi, come dice Dondero.

Avere l’abilità di cogliere ciò che nella quotidianità spesso ci sfugge e passa inosservato.

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Ombre, riflessi, atteggiamenti, sguardi, luci.

Proviamo tutti i giorni a “osservare” quanto ci circonda, non con superficialità, ma con attenzione e scopriremo che le occasioni per creare immagini fotografiche interessanti non mancano mai, ovunque.

L’osservazione è un atto che implica un’intenzionalità il cui fine è la conoscenza.

 

Foto belle e foto buone

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Questo post è ispirato da un’ intervista fatta a Gianni Berengo Gardin che ho avuto il piacere di ascoltare recentemente.

“Bella è una foto esteticamente piacevole, ma c’è solo estetica, buona è una foto magari non ben composta, tecnicamente non perfetta che però ha un contenuto, che ti racconta qualcosa”.

In rete si trovano centinaia di pagine in cui vengono dispensati numerosi consigli su come fare belle foto, in particolare consigli tecnici (come mettere a fuoco con precisione, come controllare la luce, la regola dei terzi e mille altri).

Ma io non voglio fare solo belle foto, io voglio fare buone foto.

E qui entra in gioco il contenuto.

Ma allora un bellissimo paesaggio perfettamente eseguito non è una buona foto? E’ solo bella esteticamente?

Sembra di si, ed in effetti se ci pensiamo bene è così.

Se mettiamo a confronto la foto di un paesaggio mozzafiato eseguita in maniera impeccabile ed una foto di reportage che ci mostra una storia, quanto tempo ci soffermiamo a guardare le due immagini?

Per me la foto che cattura la mia attenzione per più di 10 secondi e che stimola il mio pensiero e le mie riflessioni è una buona foto.

Nel bellissimo paesaggio o nel bellissimo fiore difficilmente mi soffermo per più di una decina di secondi, pur avendo  appagato appieno il mio senso di piacere estetico.

In questa intervista G.B.Gardin cita anche il fotografo brasiliano Salgado il quale afferma che la forma (estetica) deve andare di pari passo con il contenuto, però il contenuto deve essere sempre più forte della forma.

Ma come si arriva a fare buone foto oltre che belle, ovviamente.

Il maestro G.B.Gardin ci da alcuni consigli:

“Oggi come oggi ci sono centinaia di libri di fotografia. Consiglio di comprare più libri che si può, vedere cosa hanno fatto i grandi maestri, cercare di capire perchè i grandi fotografi hanno fatto certe fotografie; e lo puoi imparare non tanto frequentando i workshop quanto guardando i libri e facendoti una cultura fotografica. Questo è importantissimo. Inoltre è molto importante saper distinguere tra i libri. Ci sono buoni insegnamenti e cattivi insegnamenti.”

Che cosa ne pensate?

 

 

Elliot Erwitt

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In questo post vi riporto fedelmente alcuni estratti da un’intervista fatta al maestro Erwitt in cui ci parla di alcune sue fotografie.

Interessante da leggere per capire le dinamiche che si celano dietro alcuni famosi scatti.

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“Lavoravo per la Westinghouse, dovevo fotografare dei frigoriferi, niente di più lontano da un confronto tra Est ed Ovest. Mentre ero a Mosca a fotografare frigoriferi  della Westinghouse a Gorky park è arrivato l’allora vice presidente Nixon in visita di stato e così mi sono accodato agli addetti stampa, ed ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto e di poter scattare una fotografia che poi è diventata famosissima. Un pò per i due soggetti, un pò per la guerra fredda, un pò per l’arroganza di Nixon e quella di Kruscev. C’erano tutti gli ingredienti giusti per la riuscita di quella fotografia, la fortuna è estremamente importante, è uno dei fattori più importanti.”

…..”In pubblico non si discutono gli affari di Stato, in pubblico, con i fotografi e tanta gente intorno, ci si mette in mostra. E’ il lavoro di tutti i politici, mettersi in mostra. Delle cose serie invece, generalmente, se ne parla a porte chiuse. Kruscev e Nixon si stavano semplicemente atteggiando davanti a chi era lì a guardare…. Per Nixon in particolare, che era molto ansioso di promuovere se stesso come colui che teneva a bada i russi, era molto importante farsi vedere risoluto. Per questo la foto di lui che punta il dito sul torace di Kruscev gli è stata molto utile specie durante la sua campagna presidenziale, che poi però ha perso.”

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“Quando il presidente Kennedy fu assassinato mi sono precipitato subito a Washington per coprire il funerale al meglio. Delle esequie ufficiali faceva parte anche la sepoltura al cimitero, in Virginia. Io ero in un’ottima posizione, vicino alla tomba, avevo un teleobiettivo ed ho scattato una foto piuttosto toccante della vedova e del fratello. La circostanza era così commovente che qualunque sua rappresentazione sarebbe stata già toccante, ma in questo caso specifico c’era un elemento nella fotografia che a volte sfugge eppure c’è: una lacrima incagliata sul velo della vedova, e questo secondo me fa della foto una cosa a se stante rispetto alle altre.”

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“Ho avuto la fortuna di trovarmi in Unione Sovietica nel 1957 durante l’anniversario della cosiddetta rivoluzione di ottobre; in quell’occasione sono stati mostrati per la prima volta i missili intercontinentali, io sono riuscito a fotografarli sulla piazza rossa e quelle foto sono diventate uno scoop mondiale; mi sono subito reso conto della loro importanza e così ho sviluppato immediatamente  le foto in albergo, nella mia camera, perchè sapevo che in alcuni casi c’era il rischio che la pellicola si rovinasse se fosse passata al controllo bagagli. Ho chiamato subito per far sapere che avevo questa esclusiva, le mie erano le prime foto dei missili intercontinentali, era uno scoop; le foto hanno fatto il giro del mondo ed io sono diventato un eroe per un giorno, ma niente di più.”.

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“Questa fotografia di Marilyn non è legata a nessun aneddoto in particolare; è stata scattata durante una seduta che abbiamo fatto mentre lei stava girando uno dei suoi film a New York; ero impegnato in un film nel cui cast c’era anche lei, si intitolava “Gli spostati”. In precedenza avevo lavorato in film nei quali c’era anche lei ed avevamo già fatto qualche sessione privata; era molto gentile con me, era una donna estremamente intelligente ed andavamo d’accordo. Avevamo fatto diverse sedute e la cosa straordinaria di Marilyn è che era praticamente impossibile farle una foto brutta. Direi che questa sua foto sia molto bella, ma non si era messa in posa, era rilassata e ci stavamo facendo due chiacchere; secondo me questo è il modo migliore per fotografare la gente, senza troppi fronzoli.”

 

Fonte: Contact, i fotografi Magnum.