Henri Cartier-Bresson

fotografia, storia della fotografia

hcb

E’ in assoluto il più importante punto di riferimento della fotografia XX secolo.

Maestro per generazioni di fotografi, citato continuamente come esempio sia per le sue immagini che per le sue teorizzazioni sulla fotografia.

Francese, figlio di una ricca famiglia di imprenditori tessili mostra inizialmente un grande interesse per la pittura.

Frequentò i gruppi di intellettuali surrealisti ed in particolare uno dei principali teorici di questo movimento, André Breton.

Poi improvvisamente decide di andare in Africa dove rimane per circa 2 anni e dove si arrangerà a far di tutto per sopravvivere.

Rimane gravemente malato a causa di batterio ed una volta guarito decide di fare ritorno in Francia.

Viene colpito da una fotografia del fotografo Martin Munkacsi che ritrae tre ragazzi intenti a tuffarsi nel lago Tanganica in Congo.

“...non riesco ancora a capacitarmene! Che forza plastica, che senso della vita: il bianco, il nero, la schiuma! Ero assolutamente travolto!”

1_DlGACFOxitLgoNi8KgTIiQ

Martin Munkacsi

Forse è in quel momento che vede nel mezzo fotografico il suo modo di esprimersi e in cui decide di diventare un fotografo.

Robert Delpire affermò a proposito di questa foto: “Non si può dire che HCB sia stato influenzato da altri fotografi. Ma sì, Munkasci, Kertész… Ha avuto colpi di fulmine, come tutti. Cita sempre la fotografia di Munkasci, quella dei tre adolescenti neri che si lanciano verso le onde, visti di schiena, senz’altro un’immagine molto bella e la sola che abbia sempre tenuto appesa nel suo studio; Ma tutti i suoi riferimenti sono pittorici, è evidentissimo!“.

HCB: “Come molti bambini avevo avuto una Brownie-box, ma me ne servivo soltanto per riempire dei piccoli album con i ricordi delle vacanze. Solo molto più tardi ho cominciato a guardare attraverso la macchina fotografica: il mio piccolo mondo si allargava e fu la fine delle foto di vacanze“.

Compra una Leica 35mm ed inizia a viaggiare nel sud della Francia, Spagna, Italia e Messico.

1_KjMfn72UfJd3HIWy-R4fLg

Siviglia, 1933

1-henri-cartier-bresson-hyeres-france-1932-bicycle-blur-spiral-staircase

Hyères, 1932

Al rientro da questi viaggi inizia delle collaborazioni cinematografiche.

Cresce così la sua fama di fotografo anche grazie al suo nuovo modo scattare le fotografie in cui condensa tutta la propria filosofia del “momento decisivo”.

Durante la seconda guerra mondiale viene catturato dai nazisti ed imprigionato. Tenta la fuga per ben tre volte e quando finalmente riesce a liberarsi apprende che a New York stavano organizzando una sua retrospettiva poiché lo consideravano scomparso in battaglia.

E’ così che decide di recarsi personalmente a New York e comparire all’ inaugurazione della mostra.

Nel 1947 fonda, insieme ai suoi amici Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert, la Magnum photos, una cooperativa di fotografi.

Continua a viaggiare toccando paesi come Cuba, India e Giappone.

 

Muore a Parigi il 2 agosto del 2004.

b4d89fbe-e071-47f6-947a-685630fa5466maxresdefaultbresson-8

Ferdinando Scianna, amico di HCB, ci racconta di lui:

“.…la sua cosa era il tiro, come diceva lui, la macchina fotografica è questo orgasmo improvviso difronte alla realtà che prendeva un certo andamento, si disponeva in certe forme per le quali lui, come ogni fotografo che dopo di lui ha seguito le sue orme, considerava che quello fosse l’istante giusto per schiacciare il bottone sperando di cogliere questo istante che genera la forma e questa forma che produce il senso dell’istante, quella era la cosa! Lì era ossessivo, lì considerava che nessuno potesse scegliere le sue fotografie perché la scelta della fotografia, di quell’immagine tra tutte le altre, spettava al fotografo.”

Scrive di lui Jean Pierre Montier:

Sempre fedele ad una visione veloce ed alla ricerca dell’immagine rubata, teorizzò la poetica del momento decisivo per catturare un’immagine unica e irripetibile e sintetizzare il vissuto delle persone fotografate, secondo una visione ispirata alla filosofia zen del tiro con l’arco. Autodefinitosi per questo il “fotografo-arciere“.

HCB: “Per quanto mi riguarda, fotografare è un mezzo per comprendere, inseparabile dagli altri mezzi di espressione visiva. Equivale a urlare, a liberarsi, non è un modo per provare o affermare la propria originalità. E’ un modo di vivere.”

La macchina fotografica è un prolungamento del suo essere: “Dimentico la macchina fotografica allo stesso modo in cui una brava dattilografa dimentica i suoi tasti.”

Cosa rende buona una fotografia?

E’ una questione di millimetri, di essere qui, o là. C’è una lievissima differenza tra una buona ed una brutta fotografia. Sono piccole differenze, piccolissime.”

henri-cartier-bresson-mex

Messico, 1934

Bisogna essere lucidi, concentrarsi. Il pittore ha un’intuizione, può correggerla. per noi, niente ritocchi, niente banalità. Bisogna essere vivi! E’ la vita ad essere appassionante: occorrono sensibilità e disciplina intellettuale, nient’altro. Curiosità per la vita e rigore plastico.”

La fotografia è la concentrazione dello sguardo. E’ l’occhio che sta sul chi vive, che guizza instancabilmente, sempre a caccia, sempre pronto. La fotografia è disegno di getto. E’ domanda e risposta.

FRANCE. Paris. Place de l'Europe. Gare Saint Lazare. 1932.

Gare Saint Lazare, Parigi, 193

Henri-Cartier-Bresson-Brussels-1932

Bruxelles, 1932

La foto sopra è una delle prime scattate con la sua Leica 35mm a Bruxelles e raffigura due uomini intenti a curiosare attraverso un telo di protezione.

Per quanto riguarda la luce e l’utilizzo del flash, HCB dice: “Soprattutto niente flash! Non è quella l’illuminazione della vita. Io non lo uso mai, non voglio usarlo. Restiamo nel reale, restiamo nell’autenticità. Perché l’autenticità è senz’altro la più grande virtù della fotografia.

d1a0b7fc1ea8f308ab718f1f7cdb06c9

Roma, 1959

HCB: “Il fotografo deve appostarsi, spiare la preda, prevederne i movimenti…..E quando è alla sua portata, rannicchiarsi per balzarle addosso.

Il suo approccio con i soggetti, con le persone oggetto dei suoi scatti può essere sintetizzato in queste sue parole:

C’è qualcosa di rivoltante nel fotografare la gente, è come uno stupro; se manca una certa sensibilità, può essere barbaro. Quello che è importante è la discrezione. Come l’artigliere, bisogna mirare giusto e sparare subito. L’aspetto ripetitivo è insopportabile. Si strappa qualcosa alla gente, e se loro non vogliono essere fotografati, bisogna rispettarli.”

E’ ossessionato dall’anonimato:

In Giappone, dove sui giornali il mio nome era Hank Carter, rimpiangevo di non avere gli occhi a mandorla per passare inosservato. E’ per questo che non voglio essere fotografato. Un giorno, in America, a Cape Cod, pioveva ed io ero appena uscito da una mia mostra al museo di arte moderna. Ero sotto una pensilina ed accanto a me c’era un gruppo di giovani. Quando ho tirato fuori la Leica uno di loro ha detto: Ehi! Guardate là uno che si crede Henri Cartier-Bresson! Mi sono messo a ridere.”

Henri-Cartier-Bresson-In-treno-Romania-1975-©-Henri-Cartier-Bresson-Magnum-Photos-Contrasto

Romania, 1975

 

Nel libro di Russel Miller “MAGNUM” viene raccontato, tra i tanti, un episodio che riguarda Cartier-Bresson svoltosi alla morte di Ghandi.

Venticinque minuti dopo che il francese (HCB) aveva lasciato Birla House, Ghandi, aiutato dalle due nipoti, stava attraversando il giardino per andare a recitare le sue preghiere serali quando un giovane fanatico induista uscì dalla folla e gli sparò. Cartier Bresson venne a sapere la notizia appena arrivato in albergo. Si precipitò di nuovo a Birla House e si fece strada attraverso la folla impazzita fino alla stanza in cui il Mahatma giaceva morente. per rispetto, non se la sentì di entrare nella stanza, e scattò le fotografie con discrezione, attraverso le tende. La formidabile Margaret Bourke-White a quanto pare non ebbe gli stessi scrupoli: fece irruzione nella stanza, oltraggiando a tal punto i presenti che la inseguirono fuori per strapparle via la pellicola dalle macchine fotografiche. Quando i direttori di Life a New York seppero quello che era successo, che la loro migliore fotografa era stata superata da Magnum, uno di loro alzò subito la cornetta per chiamare l’ufficio Magnum di Parigi e acquistare i diritti delle foto di Cartier-Bresson.”

fc08ba326a53bb4d451d34a44c869e36

Che cos’é la street photography?

fotografia, storia della fotografia, Uncategorized

Questa è proprio una domanda difficile.

E’ un genere fotografico, sicuramente si; ma definirlo non è semplice.

Ho fatto numerose ricerche e letto tanti libri che affrontano l’argomento.

Mi sono fatto una personale idea e sono giunto ad una “personale” conclusione.

La street photography è quella fotografia che si occupa di registrare la quotidianità del genere umano.

I modi per farlo e soprattutto gli stili sono numerosi.

Ma comunque, in ogni caso, è l’uomo con le sue azioni, il suo operato, il suo modo di condurre l’esistenza che sono protagonisti.

Si può affrontare in chiave ironica, seria, estetica, emozionale.

Cosa ancor più importante è il fatto che questo genere consente di esprimere noi stessi.

I nostri interessi, le nostre inclinazioni e le nostre emozioni vengono riversate nelle immagini che realizziamo.

La street photography è molto democratica.

Non occorre un equipaggiamento costoso, può essere svolta ovunque vi sia presenza umana, anche nel proprio quartiere, sotto casa.

Rappresenta un enorme esercizio per il nostro sguardo.

Impariamo ad osservare ed a vedere il mondo con occhi diversi.

Quando si comincia non si smette più.

La nostra mente ed il nostro cuore si aprono al mondo, alla società in cui viviamo.

Scene di vita comune possono diventare Improvvisamente straordinarie ad un occhio più attento.

Le regole compositive sono importanti ma quando si fa street si infrangono spesso sia volontariamente che involontariamente poiché ciò che conta è fermare quel particolare ed irripetibile istante.

Quante foto avrete visto di grandi maestri della street con orizzonti storti o soggetti fuori fuoco o mossi?

Ma quanta energia e bellezza vi avete colto?

La macchina fotografica deve diventare un prolungamento dei nostri sensi e per fare ciò occorre molta padronanza tecnica.

Dobbiamo spesso essere in grado di cambiare le impostazioni rapidamente e senza guardare il display; dobbiamo essere in grado di prevenire i possibili sviluppi di una scena o del movimento del nostro soggetto.

Solo la costante pratica ci consente di migliorare e di essere capaci di rendere straordinario l’ordinario della vita di tutti i giorni.

Gli approcci possono essere diversi.

Si può essere discreti, quasi invisibili: spettatori esterni che entrano in scena e debito momento oppure si può interagire con i soggetti.

Invadere la “confort zone” delle persone non è semplice e potrebbe generare delle reazioni sgradite.

Ognuno di noi sviluppa il proprio modo di avvicinarsi alle persone.

Si può fingere di fotografare qualcos’altro, si può nascondere la nostra fotocamera come fece Walker Evans nella metropolitana di New York.

Walker Evans

Occorre rompere la nostra naturale timidezza verso “l’estraneo”, cercare di essere disinvolti, con il sorriso sempre pronto.

Non stiamo facendo nulla di male, non stiamo puntando una pistola contro nessuno.

Altri come ad esempio Bruce Gilden hanno avuto uno stile più diretto ed intrusivo puntando all’improvviso la fotocamera con tanto di flash in faccia ai “prescelti”.

Bruce Gilden

Le espressioni colte con questa tecnica sono sempre particolari ed espressive.

L’avvento del digitale e di internet hanno contribuito a un nuovo sviluppo di questo genere fotografico incontrando numerosi appassionati in giro per il mondo.

La possibilità di condividere più facilmente immagini ed esperienze sta dando nuova linfa alla street photography.

Gli smartphone, spesso demonizzati dai “puristi”, hanno ulteriormente aiutato il proliferare in rete di fotografie ascrivibili al genere “street”.

Il telefonino, si sa, ci accompagna sempre ed ovunque. I progressi tecnologici lo stanno anche rendendo un discreto mezzo fotografico sempre pronto.

La street photography è senza dubbio anche uno straordinario mezzo che documenta l’evolversi della nostra società e dei suoi costumi, ha un grosso valore storico.

Pensiamo al grande Eugène Atget che tra la fine dell’800 ed i primi del 900 con le sue immagini ci ha restituito un quadro della Parigi di quegli anni con le sue strade ed i suoi palazzi in continua espansione.

Eugène Atget

Il fotografo “street” viene spesso definito come un flaneur, o come direbbe Baudelaire “un botanico del marciapiede”, una persona che ama vagare per le vie della città osservando la vita che lo circonda.

Mi hanno insegnato che quando si scatta una foto la prima domanda da porsi è qual’è il soggetto principale?

Si deve per forza sempre raccontare una storia?

Nelle foto di street il soggetto è prevalentemente l’essere umano e tutte le possibili storie che lo scatto ha la capacità di evocare.

Ma non è sempre presente l’uomo.

Si possono ricercare geometrie, linee, colori con o senza la presenza umana.

L’uomo è in questo caso presente con le sue opere.

Si può discutere se sia sempre necessaria la presenza dell’uomo affinché si possa definire street photography.

Non saprei, per alcuni è necessaria per altri no.

Lascio a voi decidere.

Garry Winogrand

fotografia, storia della fotografia

garry_winogrand

Garry Winogrand è uno dei più grandi fotografi del 900 che si è cimentato principalmente nella “street photography”.

Ad essere onesti egli definì il termine “street photographer” come stupido in quanto non rivela niente del fotografo e del suo lavoro (odiava le etichette).

Nasce a New York nel 1928 e come molti altri illustri predecessori studiò in principio pittura per poi dedicarsi esclusivamente alla fotografia.

Anche lui fu molto ispirato dall’opera di Walker Evans e Robert Frank.

Il suo fu un lavoro svolto sulle strade delle grandi città americane ed in particolare di New York.

Era affascinato e ossessionato dalle scene di vita comune, reale, che appartengono alla quotidianità.

Girava sempre con la sua Leica 35 mm appesa al collo e scattò un numero incredibile di rullini in tutta la sua carriera.

Ne scattò talmente tanti che neanche lui riuscì a guardarli tutti.

Consumava una media di circa 12 rullini fotografici al giorno, il che equivale a circa 400 foto.

Se moltiplichiamo 400 per 30 anni di carriera circa, ecco aggirarci intorno ai 5 milioni di scatti.

E se fosse vissuto oggi, con il digitale?

Nel 1975 realizzò “Women are beautiful”, una raccolta di fotografie che vogliono essere un omaggio alla bellezza femminile colta nelle scene di tutti i giorni.

Imagen 464

Garry Winogrand womenLa fotografia non consiste nello scattare una foto carina ma nel cercare un modo di trasformare il mondo reale in qualcosa di completamente differente.

Osservate le foto qui sotto e noterete come sembra non preoccuparsi troppo di rispettare la “regola” dell’orizzonte dritto.

Non se ne cura perché vede altre linee in particolare quelle verticali e perché le sue foto sono frutto di spontaneità; e la spontaneità può prevedere un orizzonte storto!Garry-Winogrand-Women-are-Beautiful-New-York-19751_HbJd5-aj2VmP9PbVzdnO3Q

La foto qui sopra se provate a raddrizzarla con photoshop (orrore!) vedrete che non sarà la stessa cosa, non sarà più spontanea e non ci trasmetterà più quell’idea di attimo di vita fugace colti nella quotidianità delle persone comuni.

3d902ebd642a89816eadf75b139b4036

In un’intervista Garry Winogrand afferma: “[…] per me l’essenza della fotografia è catturare un pizzico di realtà (qualunque essa sia) su pellicola. Se poi quell’immagine significa qualcosa per qualcuno, allora tanto meglio”.

Non sviluppava mai subito i suoi rullini.

Lasciava trascorrere del tempo per avere un giudizio più distaccato ed oggettivo sul risultato del proprio lavoro.

Aveva la capacità di mimetizzarsi tra le persone e di non venire notato.

Come si osserva da un film fatto su di lui maneggiava la macchina fotografica fingendo a volte che le stessa avesse dei problemi.

La portava velocemente agli occhi per inquadrare la scena e scattava.

Quando veniva scoperto sorrideva.

“Quando fotografo, vedo la vita. Questo è ciò di cui mi occupo. Non ho la foto in testa. Inquadro in termini di ciò che voglio includere e naturalmente, quando voglio scattare l’otturatore. E non mi preoccupo di come appariranno le immagini, lascio che si prendano cura di se stesse. Sappiamo troppo su come le immagini sembrano e dovrebbero apparire. E vai in giro a fare quelle foto ancora e ancora. È un modus operandi,  inquadrare in termini di ciò che si desidera avere nella foto non su come fare una bella foto. Che chiunque può fare”.

los-angeles-california-1969-foto-di-garry-winograndgarry-winogrand-exibart-street-photography-05

 

 

Eugène Atget

fotografia, storia della fotografia

download

Fotografo francese, nasce a Libourne nel febbraio del 1857.

Dei suoi primi anni di vita si sa ben poco. Rimane orfano e viene cresciuto da uno zio.

Rimane un mistero anche il suo avvicinamento alla fotografia, probabilmente è un autodidatta.

EugeneAtget.jpg

Diventa comunque fotografo e comincia la sua attività dopo aver compiuto i 40 anni.

Le sue foto sono importanti perché rappresentato un documento significativo dell’evoluzione urbanistica della città di Parigi nell’arco di circa 30 anni.

Cour du Dragon

Ha realizzato quasi 10.000 lastre di vetro con una macchina a soffietto 18X24.

 

Atget vendeva le sue fotografie personalmente ad artisti ed architetti.

Non ebbe una vita facile ed economicamente non se la passava benissimo,

Una caratteristica delle sue immagini di scorci urbani di Parigi è la quasi totale assenza di figure umane e la scelta di scene lontane dalla frenetica vita della capitale francese.

Ciò è dovuto al fatto che usava scattare nelle prime ore del giorno.

atget-pantheon

Non aveva una propria bottega e girovagava per le vie di Parigi con la sua pesante attrezzatura.

Ebbe modo di conoscere il fotografo americano Man Ray e la sua assistente di studio Berenice Abbot la quale lo definì “il Balzac della fotografia”.

Atget_vetrina

Da alcuni è considerato il padre delle street photography.

La sua fortuna fu postuma.

Le fotografie possono essere molto importanti, documentano e testimoniano un’epoca.

Ci mostrano l’evoluzione della nostra società.

Hanno la funzione di fermare il tempo e ci consentono di analizzare più attentamente le cose evitando gli errori che la nostra mente e la nostra memoria ci portano a fare.

Pensiamo agli eventi che ci riguardano direttamente; il nostro cervello li elabora in un certo modo e poi nel tempo vengono trasformati e ricordati spesso in maniera differente.

La fotografia tende a “congelare” istanti di vita.

Atget ha mostrato la città di Parigi con le sue strade e le sue architetture nell’epoca in cui egli viveva.

La biblioteca nazionale di Francia si accorse di lui e del valore delle sue fotografie ed acquistò così l’intera collezione.

 

 

 

Mostra di Henri Cartier Bresson

fotografia, storia della fotografia, Uncategorized

Dall’ 8 marzo al 17 giugno 2018, presso la mole Vanvitelliana in Ancona, c’è la mostra del grande maestro Henri Cartier Bresson.

Per maggiori info visitare il sito della mostra.

Un appuntamento da non perdere per tutti gli amanti della fotografia.

140 fotografie che ripercorrono la carriera del celebre fotografo francese.

Henri-Cartier-Bresson

 

Di famiglia benestante mostra da subito interesse verso il disegno e la pittura grazie anche allo zio Louis, un noto pittore dell’epoca.

L’amore per la fotografia sorge in seguito alla visione di una foto del fotografo ungherese Martin Munkacsi.

HCB: “è stata quella foto a dar fuoco alle polveri, a farmi venir voglia di guardare la realtà attraverso l’obiettivo“.

Numerose sono le frasi, che spesso vengono citate, di Bresson in tema didattico.

Il suo libro più noto “The decisive moment” viene definito da Robert Capa “la bibbia dei fotografi“.

Ecco alcune frasi tratte da questo testo e da alcune interviste che sintetizzano bene il pensiero dell’artista:

Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.

„Si parla sempre troppo. Si usano troppe parole per non dire niente. La matita e la Leica sono silenziose.“

“La fotografia non è come la pittura. Vi è una frazione creativa di un secondo quando si scatta una foto. Il tuo occhio deve vedere una composizione o un’espressione che la vita stessa propone, e si deve saper intuire immediatamente quando premi il clic della fotocamera. Quello è il momento in cui il fotografo è creativo. Oop! Il momento! Una volta che te ne accorgi, è andato via per sempre.

“Quando mi interrogano sul ruolo del fotografo ai nostri tempi, sul potere dell’immagine, ecc. non mi va di lanciarmi in spiegazioni, so soltanto che le persone capaci di vedere sono rare quanto quelle capaci di ascoltare.”

“Proprio perché il nostro mestiere è aperto a tutti resta, nella sua allettante semplicità, molto difficile.”

“Per me la fotografia di reportage ha bisogno di un occhio, un dito, due gambe.”

“Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso un solo momento.”

 

 

 

 

fotografia, Uncategorized

fotografarecon huaweip10

Un telefono, una fotocamera sempre con te in solo 145 grammi.

Il noto sito internet DXOMARK che attribuisce punteggio da 0 a 100 sulla qualità di immagine delle fotocamere assegna 87 punti a Huawei P10.

Al primo posto c’è Samsung Galaxy S9 plus, poi Google pixel 2 ed al terzo posto Iphone X.

Al di là della qualità finale dell’immagine occorre analizzare altre caratteristiche per esprimere un giudizio completo.

Ho posseduto Iphone, vari modelli, e poi sono approdato a Huawei, prima con il P9 ed ora con il P10.

Non voglio fare paragoni tra i vari modelli anche perché il fattore soggettivo ha un ruolo importante. Sembra di assistere alla famosa diatriba tra Canon e Nikon…non ha senso.

Quello che mi preme dire è che lo smartphone, qualunque esso sia, è oggi una “fotocamera” che è sempre con noi 24 ore su 24.

E vi pare poco?

Andiamo a vedere le caratteristiche del P10.

pannelli controllo fotocamera

Screenshot_20180314-111345

Come possiamo vedere dalle immagini, la fotocamera del Huawei P10 ha numerose opzioni di controllo, inclusa una modalità pro in cui possiamo determinare gli ISO, la velocità di scatto, il bilanciamento del bianco, il valore di esposizione (+/-), il modo di messa a fuoco (continuo, singolo o manuale), la modalità di misurazione dell’esposizione (spot, media ponderata al centro o valutativa).

Quando attiviamo la modalità pro il file generato è un RAW (DNG).

La risoluzione massima è 20M ovvero 5120X3840.

Questo telefono è dotato di 2 fotocamere nella parte posteriore, una da 20 mpx che registra le immagini in bianco e nero ed una a colori da 12 mpx.

L’apertura massima del diaframma è 2.2 e la lunghezza focale è di 27mm corrispondente circa ad un 35 su full frame.

Questa dual camera è stata progettata in collaborazione con la famosissima azienda tedesca, marchio storico della fotografia, la Leica.

Un’interessante operazione di marketing per conquistare nuovi utenti.

Pensate che ogni hanno vengono scattate circa 1.000 miliardi di foto con lo smartphone!

Da questo dato nasce l’interesse per il comparto fotografico dei nostri telefonini e per il mondo delle applicazioni dedicate alla fotografia.

Nel mio sito internet potete osservare alcune immagini scattate con Huawei nella sezione p9/p10 photography.

Tutti i limiti che questi strumenti hanno devono essere visti come un fattore a nostro vantaggio.

L’ottica fissa, il sensore di dimensioni molto ridotte, il rumore ad ISO alti devono stimolare la nostra creatività, ci costringono a farlo.

Ricercare inquadrature particolari, curare la composizione e aumentare le nostre capacità di osservare il mondo che ci circonda sono tutte caratteristiche che dobbiamo sviluppare e coltivare.

Lo smartphone ci consente di fare tutto ciò, è sempre nella nostra tasca, a portata di mano.

Non possiamo più nasconderci dietro le solite scuse, “ah! se avessi con me la macchina fotografica!”….” se avessi il mio 70-200 serie L!”, muoviamo la gambe, aguzziamo la vista, accendiamo le nostre capacità creative che devono essere sempre in modalità “ON” anche nel tragitto casa-lavoro.

Ad esempio la foto qui sotto è stat scattata questa mattina mentre mi recavo al lavoro.

cof

Per aggiustare e ritoccare le immagini non mi affido mai al software proprietario presente sul telefono ma bensì alla collaudatissima app Snapseed, prodotta da Nik Software, una sussidiaria di Google, per i sistemi operativi iOS e Android.

Le possibilità di intervento sono numerose in particolare trovo utile poter modificare luminosità, contrasto, bilanciamento del bianco, saturazione in modalità selettiva mediante pennello.

Presente anche la funzione “ritratto” in cui viene ricreato mediante complicati algoritmi l’effetto sfocato. Il risultato è spesso piacevole e superiore rispetto ad altri concorrenti in cui risulta più evidente la sensazione di “artefatto”, poco rispondente al vero…

La foto qui sotto è scattata con questa modalità da distanza piuttosto ravvicinata.

tortellini-web.jpg

Buon divertimento!

 

 

 

Gisèle Freund

fotografia, storia della fotografia, Uncategorized

Il mio ultimo acquisto, “Il mondo e il mio obiettivo” della fotografa Gisèle Freund.

Una lettura molto piacevole; la fotografa tedesca si racconta mostrandoci il panorama degli avvenimenti accaduti tra gli anni 40 e gli anni 80 circa.

Può essere considerata una pioniera del fotogiornalismo ed anche della fotografia a colori.

Come è mio solito fare voglio riportare il pensiero diretto dell’autrice su alcuni argomenti e concetti che più mi interessano.

Per la biografia vi rimando ad altre pagine tra cui Wikipedia, purtroppo presente solo in lingua inglese.

Gisèle-Freund

Gisèle Freund nelle prime pagine del libro fa un’analisi sul mondo della fotografia che da professione “per pochi” è diventata mezzo di espressione “per tutti”.

“Agli inizi della fotografia le difficoltà tecniche limitavano considerevolmente il numero dei professionisti. A quell’epoca la fotografia era circondata di mistero, con l’aura di una creazione artistica. In seguito, fu possibile a chiunque fare fotografie. Con la comparsa di apparecchi di piccolo formato, portatili ed a buon prezzo, i dilettanti cominciarono a diventare legioni. La macchina fotografica, come il bastone da passeggio, diventò la compagna indispensabile di ogni gita domenicale. Parallelamente a questa evoluzione tecnica, se ne verificò un’altra in campo artistico. I dilettanti diventarono temibili concorrenti per i professionisti, soprattutto in materia di ritratti……..I migliori ritratti dei primi decenni del novecento sono opera di dilettanti.”

Gisèle Freund fu una della prime fotografe ad utilizzare la pellicola a colori:

“Fu nel 1938 che scoprii la pellicola a colori. Era in commercio solo da poco tempo. La Kodak in America e l’ Agfa in Germania producevano una pellicola per piccolo formato che potevo usare con la mia Leica. Oggi milioni di dilettanti fanno foto a colori, ma allora questo procedimento era quasi sconosciuto. Gli stessi professionisti non lo utilizzavano perché, salvo rarissime eccezioni, giornali e riviste non possedevano, almeno in Francia, le attrezzature necessarie per la stampa a colori.”

Un’altro passo del libro molto interessante che ci offre spunto per una riflessione sul “valore” dell’opera fotografica ed artistica in generale è questo (parlando dell’incontro con l’artista messicano Diego Rivera):

“Un giorno gli feci visita nel suo studio a San Angel, alla periferia di Città del Messico. Aveva appena incominciato una tela che rappresentava una giovane donna.

GF: E’ splendida – gli dico quando mi dice che è finita.

GF: Vorrei comprarla.

DR: D’accordo, 10.000 pesos.

Rimango sbalordita.

GF: Come può chiedermi una cifra simile! L’ha realizzata in poco più di un’ora!

DR: Per poterla fare in un’ora mi ci sono voluti più di sessant’anni – mi risponde.”

 

 

 

“Il pazzo” incontrato a Praga…

fotografia, storia della fotografia

Il titolo del post cita le parole del fotografo Ian Berry, l’unico fotografo straniero che riuscì ad entrare a Praga lo stesso giorno dei russi, quando iniziò la “primavera di Praga” nel 1968.

Riporto qui di seguito le parole dello stesso Berry tratte dal libro “Magnum” di Russel Miller:

I primissimi giorni mi sembrava di essere l’unico fotografo straniero nei paraggi e fotografavo di corsa, con un paio di Leica sotto il cappotto. Bisognava muoversi piuttosto in fretta perché se i russi ti vedevano scattare potevano anche spararti per intimidirti e darti la caccia finché non riuscivano a prenderti le macchine fotografiche. Tuttavia, se potevano, i cechi bloccavano la strada per aiutarti. 

L’unico fotografo che vidi oltre a me era un autentico pazzo, con due macchine antiquate intorno al collo ed una scatola di cartone sulle spalle: si avvicinava ai russi, si arrampicava sui loro carri armati e li fotografava alla luce del sole. La folla lo aiutava, si serrava attorno a lui circondandolo ogni volta che i russi cercavano di prendergli il rullino. Ebbi la sensazione che quel tizio fosse l’uomo più coraggioso in circolazione, oppure il più folle.”

Il pazzo incontrato da Berry era Josef Koudelka.

La cosa curiosa è che le foto che Koudelka scattò in quei drammatici giorni erano state fatte non con l’intenzione di essere divulgate ma semplicemente per se stesso. Fu una sua amica che inseguito mostrò le sue immagini al mondo.

koudelka-praga-2CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Warsaw Pact tanks invade Prague.

Uno dei primi a visionare le straordinarie foto fatte da Koudelka fu Elliot Erwitt.

 

Workshop di food photography

fotografia, Uncategorized

Il 15 ed il 22 gennaio terrò un workshop di food photography presso il circolo fotografico “Il diaframma” di Falconara M.ma.

Lo scopo di questo breve corso è di mostrare come si possono ottenere dei risultati “professionali” utilizzando semplici oggetti a nostra disposizione ed a basso costo.

Cartoncini colorati, lampade, pezzi di legno, mollette, nastro adesivo, scatole ecc….

Con un pò di pazienza e di manualità possiamo allestire il nostro set fotografico spendendo davvero pochi soldi.

La fotografia “di cibo” per essere di livello superiore necessita di alcuni accorgimenti che riguardano soprattutto l’illuminazione  e la composizione del soggetto da fotografare.

La luce naturale è quella più indicata purché sia morbida.

In genere si utilizza una sola fonte di luce che nel 99% dei casi viene posta lateralmente o dietro il soggetto principale.

Altro aspetto da valutare con molta attenzione è il colore, inteso come abbinamenti cromatici.

Questi e molti altri argomenti verranno trattati in maniera semplice e comprensibile anche ai neofiti.

Vi aspetto!

 

Come avvicinarsi alla fotografia

fotografia, Uncategorized

Ultimamente ho ricevuto numerose richieste di corsi di fotografia.

Bene, dico io.

Il digitale ha avvicinato numerose persone a questa disciplina.

DSLR, mirrorless, compatte e soprattutto smarphone sono oggi alla portata di tutti.

Ma cosa serve per fare una buona fotografia?

Il mezzo non è sufficiente, questo è evidente.

La domanda più frequente è: ” Ma come hai realizzato questo scatto?”, “… perchè a me non viene così?!?!”.

La risposta è complessa e a tal proposito vorrei riportarvi un estratto dal libro di Bryan Peterson, “Corso avanzato di fotografia” :

“Se mi soffermo a ripercorrere la mia vita ricordo con emozione il gran giorno in cui acquistai la mia prima fotocamera 35 mm. Avevo risparmiato come una formica per comprare quella Nikkor-mat con il suo obiettivo da 50mm e in un caldo giorno di giugno varcai la soglia del negozio e misi sul bancone 200 dollari. Dopo, per strada, caricata la pellicola, iniziai a puntare l’apparecchio a destra e a manca. Mi suonavano ancora nelle orecchie le parole del negoziante: “Prima di scattare basta che controlli che l’ago nel mirino si trovi tra il più ed il meno.” Passarono settimane e mesi e io mi trovavo a trascorrere ogni istante libero a pensare e a esplorare il mio nuovo hobby. Appena staccavo dal lavoro correvo in libreria per cercare di spremere da ogni nuovo libro fotografico tutte le informazioni possibili. Man mano che leggevo di diaframmi, tempi di scatto, pellicole, obiettivi, regole compositive, filtri ed effetti speciali prendevo nota di tutte le molte idee che mi venivano in mente. Ben presto, guardando le immagini di questi libri, nonché quelle di un numero enorme di riviste del settore, fui in grado di stimare “in teoria”, quale diaframma, tempo di scatto e obiettivo erano stati usati per scattarle. Stavo diventando esperto delle fotografie degli altri, ma non delle mie. Il risultato fu di iniziare a capire cosa fosse la fotografia e quale la tecnica più adatta a registrare ciò che i miei occhi vedevano. Man mano comprendevo che una macchina fotografica non è altro che una scatola a tenuta di luce, con un obiettivo da una parte e del materiale sensibile dall’altra.Detto facile facile, la luce entra attraverso un buco nell’obiettivo (il diaframma) e dopo un certo periodo (il tempo di scatto) un’immagine rimane impressionata (pellicola/sensore).”

Quindi: tecnica e cultura fotografica.

La cultura fotografica è fondamentale perché ci aiuta e stimola a trovare nuove idee ed a sviluppare una nostra coscienza “fotografica”.